Aritmologia in Campania

Elettrostimolazione Cardiaca

Valutazione diagnostica e stratificazione non invasiva del rischio aritmico

Heart Rate Variabilità

Definizione e aspetti generali

La Heart Rate Variability (HRV) è l’oscillazione della frequenza cardiaca su una serie di battiti cardiaci consecutivi per un periodo di osservazione variabile.
È un importante indice di funzione del sistema nervoso vegetativo determinato dalla bilancia simpatovagale. Viene valutata nel dominio del tempo e delle frequenze tramite analisi spettrale del segnale (in genere in corso di registrazione ECG Holter).

Aspetti metodologici

Nel dominio del tempo il parametro più importante è la SDNN (msec), cioè la deviazione standard (standard deviation, SD) degli intervalli “normal to normal” (NN). Nel dominio della frequenza vengono valutati: la low frequency (LF) [range 0,04-0,15 Hz] influenzata soprattutto dal tono simpatico e in parte dall’attività baroriflessa e la high frequency (HF) [range 0,15-0,4 Hz] influenzata soprattutto dall’attività parasimpatica; il rapporto LF/HF è espressione di bilancia simpato-vagale. Una prevalenza del tono simpatico è indicata da una LF/HF ratio >6 (valori normali 3-6). Tanto più SDNN è ridotta e/o LF/HF aumentato, tanto maggiore sarà la prevalenza simpatica.
La banda LF nel dominio delle frequenze presenta anche una componente parasimpatica che può essere evidente nelle fasi terminali dello scompenso cardiaco: la banda LF può essere di ridotta ampiezza in questa popolazione e il rapporto LF/HF poco affidabile (più utile SDNN).

Aspetti clinici

Nei pazienti con pregresso infarto del miocardio, una riduzione della HRV (espressione di aumentato tono simpatico) è stata frequentemente associata a un aumentato rischio di morte improvvisa aritmica. Il ruolo di una ridotta HRV come predittore indipendente di cattiva prognosi dopo infarto miocardico è, quindi, ormai consolidato. La predittività aumenta se
è associata ad altri indicatori di rischio aritmico (PTV,FE, SBR).
Il ruolo della HRV nella stratificazione del rischio aritmico nello scompenso cardiaco non ischemico è più controverso: alcuni report suggeriscono una relazione tra riduzione di HRV e mortalità aritmica.
Nuovi approcci potrebbero comprendere l’analisi della turbolenza della FC. Tuttavia, non è da sottovalutare il ruolo prognostico della “semplice” frequenza cardiaca: nel postinfarto le informazioni in essa contenute sarebbero pressoché sovrapponibili a quelle fornite
dalla HRV.

Dispersione del QT
La dispersione del QT (QT dispersion, QTd) è la differenza tra l’intervallo QT massimo e minimo all’ECG di superficie. Corrisponde al tempo tra la depolarizzazione della prima cellula miocardica e la ripolarizzazione dell’ultima: esprime, quindi, la disomogeneità della refrattarietà ventricolare. In condizioni normali varia da 20 a 40 msec.
Il valore prognostico di QTd rispetto al rischio di aritmie ventricolari “life threatening” non è pienamente stabilito nel postinfarto.
Un’aumentata QTd è stata invece associata ad aumentato rischio di morte improvvisa in pazienti con cardiomiopatia dilatativa anche se nello scompenso avanzato sembra avere scarso potere prognostico.In definitiva, attualmente la QTd non è considerata un utile strumento clinico per la stratificazione del rischio aritmico, ma solo un indice indiretto di grossolane anomalie della ripolarizzazione.