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Tachicardia da rientro nodale atrioventricolare

Ablazione trans catetere della tachicardia da rientro nodale atrioventricolare

L’ablazione trans catetere mediante radiofrequenza per la cura della tachicardia da rientro nodale è ormai da considerare come misura terapeutica di prima scelta per quei pazienti con forme ricorrenti o mal tollerate o che semplicemente rifiutano l’assunzione della terapia farmacologica. Già nel 2003 in un documento congiunto fra la American College of Cardiology e la European Society of Cardiology nel quale si stilavano le linee guida per l’uso dell’ablazione trans catetere si indicava tale terapia in classe I per i pazienti con episodi aritmici sintomatici e sostenuti resistenti alla terapia farmacologica o per i pazienti intolleranti alla terapia farmacologica o che semplicemente rifiutavano una terapia farmacologica protratta nel tempo. In realtà ormai nella pratica clinica, soprattutto per i pazienti giovani, quest’ultima situazione è sempre più frequente.

Avendo descritto in dettaglio il meccanismo alla base della tachicardia reciprocante nodale nel capitolo della fisiopatologia è chiaro che l’obiettivo della procedura di ablazione trans catetere mediante radiofrequenza debba consistere nel modificare le caratteristiche di una delle due vie che sono alla base del circuito di rientro dell’aritmia.

Nella forma di tachicardia detta tipica le prime esperienze con la radiofrequenza si sono inizialmente concentrate sulla via rapida con l’obiettivo di eliminare la conduzione retrograda durante tachicardia. Per eseguire l’ablazione si posiziona il catetere ablatore nella regione del fascio di His; in presenza di un potenziale del fascio di His il catetere ablatore viene progressivamente e lentamente ritirato fin tanto che i potenziali bipolari registrati non permetteranno di ottenere un atriogramma più ampio del ventricologramma con un rapporto superiore a 1 e con un potenziale di His uguale o inferiore a 0,1 mV (Figura 1). A questo punto si può cominciare l’erogazione della radiofrequenza con i seguenti obiettivi: allungamento dell’intervallo PR di circa il 50%, perdita completa o parziale della retro conduzione retrograda della via rapida, non indicibilità della tachicardia. Tuttavia a fronte di percentuale di successo fra l’80 ed il 90% si è dovuto registrare un rischio elevato di danno iatrogeno del nodo atrioventricolare con la possibilità media dell’8% di dover impiantare un pacemaker definitivo. Questo rischio, è troppo elevato, soprattutto per i pazienti giovani, tanto da rendere ormai questo tipo di approccio ormai desueto.

Dagli inizi degli anni 90 si sono sviluppate diverse tecniche volte ad ottenere l’ablazione della via lenta. Prima di descrivere le diverse metodiche è importante ricordare che viene sempre utilizzato un repere anatomico di riferimento rappresentato dalla zona compresa fra l’anello tricuspidalico e l’ostio del seno coronarico. È infatti in questa zona che Haisaguerre e Jackman hanno concentrato la loro attenzione per sviluppare un approccio detto elettroanatomico per l’ablazione della via lenta mediante la ricerca di potenziali endocavitari che permettessero di localizzare l’iserzione atriale della via lenta. In particolare il potenziale individuato da Haissaguerre ha un aspetto arrotondato e viene registrato in prossimità dell’ostio del seno coronarico, con un rapporto atrioventricolare in genere fra 0,5 e 0,7; inoltre è strettamente contiguo al potenziale atriale che lo precede e da questo può essere separato attraverso stimolazione atriale incrementale. Al contrario il potenziale descritto da Jackman presenta in ritmo sinusale una deflessione rapida, segue un potenziale atriale di bassa ampiezza ed è temporalmente attivato dopo l’atriogramma registrato all’ostio del seno coronarico (Figura2). Secondo l’ipotesi più accreditata questi potenziali lenti sarebbero espressione dell’attivazione delle cellule di transizione che connettono l’estensione posteriore del nodo atrioventricolare al tessuto atriale in vicinanza del seno coronarico, oltre che espressione dell’estensione posteriore del nodo atrioventricolare stesso.

Una volta identificato il potenziale di via lenta è possibile cominciare con erogazione di radiofrequenza (generalmente 60° gradi per un massimo di 50 Watt). Spesso sul sito di ablazione efficace compare un ritmo “giunzionale”, considerato come marker di ablazione sensibile ma non specifico, conseguenza del danno termico del nodo atrioventricolare e/o del tessuto periodale.

Per considerare efficace l’ablazione della via lenta vi sono dei parametri elettrofisiologici come l’innalzamento del punto Wenckebach e l’accorciamento del periodo refrattario effettivo della via rapida, così come la non inducibilità della tachicardia.

L’ablazione della via lenta ha il vantaggio di essere efficace in una percentuale molto vicina al 100% con percentuali di recidive intorno al 2-3% e con un minimo rischio (< 1%) di danneggiare il nodo atrioventricolare.

A questo proposito si deve sottolineare che esistono dei predittori di BAV acuto durante erogazione. Questi sono la presenza di un ritmo giunzionale rapido con blocco retrogrado o di una tachicardia giunzionale rapida, l’allungamento improvviso o progressivo dell’intervallo AV, l’applicazione di radiofrequenza nella porzione medio superiore del triangolo di Kock, un numero elevato di applicazioni di radiofrequenza.

Esiste inoltre un pur piccola possibilità di osservare dei blocchi atrioventricolari tardivi. Tale rarissima evenienza può spiegarsi con un’estensione della fibrosi legata a multiple erogazioni di radiofrequenza o a necrosi coagulativa dovuta a danno micro vascolare. Va tuttavia sottolineato che centri ad alti volumi di ablazione hanno percentuali di complicanze bassissime. Nel nostro centro con questa tecnica sono stati complessivamente trattati 780 pazienti con percentuale di successo del 99%, 1 BAV precoce, nessun BAV tardivo e con frequenza di recidiva dell’ 1,5%.

Per quanto concerne le forme di tachicardia da rientro nodale atipiche prima di procedere con l’ablazione è importante una corretta diagnosi differenziale con altre aritmie ed in particolare con la tachicardia da rientro sostenuta da una via anomala tipo kent o da una via accessoria decrementale. Una volta che si è sicuri su la diagnosi di tachicardia da rientro di tipo nodale l’ablazione trans catetere presuppone un approccio in cui il target è rappresentato dalla via lenta e questo sia nella forma fast-slow, che nella forma slow-slow.

Per le forme dette fast-slow la metodologia dell’ablazione della via lenta è la stessa. Si considera di successo l’ablazione in cui non si induce l’aritmia e in cui sia evidente da un punto di vista elettrofisiologico l’eliminazione o la modulazione della via lenta. In queste forme, per la complessità del circuito, spesso esiste una maggiore probabilità di modulare la via lenta, senza eliminarla completamente.

Per le forme slow-slow, in cui esistono 2 o più vie lente, spesso l’erogazione di radiofrequenza in un singolo sito può eliminare la conduzione su entrambe le vie, per la loro stretta contiguità e/o per l’applicazione sul tratto che le mette in congiunzione. Rispetto alle forme tipiche l’applicazione della radiofrequenza nella tradizionale zona postero settale può essere inefficace e questo per la possibilità di varianti anatomiche o per la presenza di una via lenta dislocata sul versante sinistro del setto interatriale. Ricordiamo che varianti anatomiche come aneurismi dell’ostio del seno coronarico e/o della vena cardiaca media, o come valvole di Eustachio ridondanti, sono molto più frequenti nelle forme atipiche. Un team esperto, attraverso approcci di ablazione modificati, sarà in grado di eseguire l’ablazione in regime di sicurezza.

Per finire bisogna sottolineare una descritta maggiore percentuale di recidive per le forme atipiche rispetto a quelle tipiche, con percentuali fino all’8%. Questo dato va interpretato proprio con la maggiore complessità elettroanatomica del circuito delle forme atipiche.

DR. Antonio De Simone
Casa di Cura S. Michele di Maddaloni

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